Tour de France 2026: Le Cinquième
26 lug 2026

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26 lug 2026
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Ci sono corse capaci di definire una stagione. E poi c’è il Tour de France.
Per tre settimane, ogni estate, il mondo del ciclismo concentra tutta la propria attenzione su un’unica strada, una sola maglia e una sfida che sembra impossibile. I corridori più forti del pianeta si ritrovano sulle strade di Francia e non solo, accompagnati da milioni di tifosi che trasformano ogni salita in un teatro e ogni chilometro in uno spettacolo indimenticabile.
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L’edizione 2026 è iniziata sotto il sole del Mediterraneo, con il Grand Départ ospitato a Barcellona. Una città fatta di architettura, passione e strade ripide: il palcoscenico perfetto per una corsa pronta a esplodere fin da subito.
Il primo atto è stato una cronometro a squadre, una tipologia di tappa sempre più rara, in cui sono l’armonia, la precisione e la fiducia reciproca a determinare il buon esito della prova. Per l’UAE Team Emirates-XRG è stata la prima occasione per testare le proprie ambizioni di classifica, in sella alla Colnago TT2, la bici a cronometro presentata poche settimane prima al Tour de Suisse.
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La squadra ha realizzato una solida prestazione, conquistando il terzo gradino del podio. E proprio quando la strada ha iniziato a salire verso il Montjuïc, l’iconica collina che domina Barcellona, Tadej Pogačar ha ricordato a tutti perché fosse il corridore più atteso. Con un’accelerazione potente nel finale, lo sloveno ha mandato il primo segnale di quell’ambizione a tinte gialle che avrebbe segnato le settimane successive.
Il giorno seguente, la corsa è tornata sulle stesse strade. La tappa Tarragona–Barcellona non era pensata per un semplice arrivo in volata: quasi 170 chilometri di terreno mosso, con un finale caratterizzato da tre passaggi sulla salita di Montjuïc. A ogni giro la tensione cresceva. A ogni ascesa diminuiva il numero dei corridori capaci di tenere il ritmo.
Quando è iniziata l’ultima salita, è finalmente arrivato il confronto che tutti aspettavano, tra i migliori del gruppo.
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Isaac Del Toro, al suo debutto assoluto al Tour de France, ha lanciato un’accelerazione capace di creare subito un margine. Il giovane talento messicano, in sella alla sua Colnago V5Rs Dark, non stava però attaccando soltanto per sé: la sua azione doveva essere il trampolino perfetto per il suo capitano, Tadej Pogačar.
Alle sue spalle, però, lo sloveno ha controllato la situazione con la sicurezza di chi sa esattamente quando aspettare e quando colpire. Il campione del mondo ha chiuso ogni possibilità di rientro agli avversari, facendo il buco e permettendo a Del Toro di proseguire da solo fino al traguardo.
L’immagine finale è stata indimenticabile: il giovane messicano, quasi incredulo per ciò che stava accadendo, con le braccia alzate sul traguardo di Barcellona.
Per Del Toro è stata la prima vittoria di tappa al Tour de France. Per l’UAE Team Emirates-XRG, il primo segnale di qualcosa di ancora più grande: l’avere non soltanto una squadra costruita attorno a un campione, ma una squadra già orientata al futuro.
E in tutto questo, il Tour era soltanto appena cominciato.
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Il Tour si era lasciato alle spalle la vista sul Mediterraneo, per sconfinare a nord.
La terza tappa ha infatti portato la corsa in Francia, attraverso i Pirenei: una giornata segnata dal dislivello, dalla fatica e dall’incertezza. È stato anche il primo vero confronto con la montagna, là dove i corridori più forti non potevano più nascondersi.
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Il caldo era già diventato uno degli elementi distintivi di questa edizione. Le temperature insolitamente elevate in tutto il Paese trasformavano ogni chilometro in una doppia sfida: contro la strada e contro gli elementi. Il gruppo attraversava paesaggi in cui la bellezza del Tour si confrontava con la durezza dell’estate.
Il traguardo era posto al termine di una salita breve ma impegnativa: meno di due chilometri, con una pendenza media superiore al 6%. Il terreno ideale per quei corridori capaci di trasformare un finale difficile in un’opportunità.
E quando la strada ha cominciato a salire, la risposta è stata immediata.
Tadej Pogačar ha fatto ciò che fanno i campioni: ha scelto il momento perfetto, ha accelerato e non ha lasciato spazio a dubbi. Nessun calcolo, nessuna esitazione, nessun regalo. Il campione del mondo ha tagliato per primo il traguardo e ha conquistato la Maglia Gialla per la prima volta in questo Tour.
La maglia gialla aveva ritrovato il suo padrone.
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Dopo una serie di tappe che avevano offerto occasioni ai velocisti, la corsa è tornata in montagna. E lo ha fatto su due salite il cui nome è inciso nella storia del ciclismo: il Col d’Aspin e il Col du Tourmalet.
Alcune salite sono molto più di semplici strade. Sono simboli. Il Tourmalet è una di queste.
Nel corso dei decenni, i suoi versanti hanno assistito ad attacchi, crisi, vittorie e sconfitte. Ogni generazione di campioni ha dovuto affrontarlo.
La sesta tappa era stata disegnata come una vero e proprio test per le ambizioni di classifica generale: due salite leggendarie (Col d’Aspin e Col du Tourmalet), seguite da altri 18 chilometri di ascesa verso Gavarnie-Gèdre. Non c’era spazio per nascondersi. Chiunque sognasse il podio finale era chiamato a mettersi in mostra.
Sulle rampe finali del Tourmalet, Tadej Pogačar ha iniziato a costruire il suo capolavoro.
Prima la salita. Poi la discesa, affrontata con sicurezza e precisione, trasformando ogni curva in un’occasione per guadagnare terreno. Infine l’ascesa conclusiva, dove il vantaggio ha continuato a crescere.
Quarantatré chilometri da solo al comando.
Più di due minuti e mezzo guadagnati su Jonas Vingegaard.
Non è stata soltanto una vittoria di tappa. È stata una dimostrazione di forza.
La classifica finale del Tour de France 2026 aveva cominciato a prendere forma.
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Ogni Tour de France ha le sue giornate simbolo. Il 14 luglio è una di queste.
La Festa nazionale francese occupa un posto speciale nella storia della corsa. Tradizionalmente, gli organizzatori disegnano per l’occasione una tappa all’altezza dell’evento: salite leggendarie o tappe molto movimentate, per dare la chance ai corridori più forti di dar spettacolo, e lasciare il segno.
Quest’anno, il campo di battaglia prescelto era il Massiccio Centrale.
Un territorio fatto per attaccare: salite continue, discese brevi e strade che concedono pochissimo tempo per recuperare. Il tipo di percorso in cui l’istinto conta quanto la potenza.
Sul Col de Pertus, penultima salita di giornata, Tadej Pogačar ha deciso che anche lui si sarebbe unito ai festeggiamenti nazionali.
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L’accelerazione è stata potente.
La Maglia Gialla si è allontanata, lasciandosi alle spalle gli avversari e andando incontro a un’altra storica vittoria. Per Pogačar è stato il terzo successo di tappa al Tour de France nel giorno della Festa nazionale francese, il 14 di luglio: un record condiviso soltanto con Jacques Anquetil.
Un’altro record da iscrivere nelle pagine di Storia.
Il quinto Tour iniziava a non essere più soltanto un sogno. Stava diventando un traguardo concreto.
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Nei giorni successivi, la corsa si è spinta sempre più nel cuore della Francia. Il gruppo ha attraversato la Francia, tra strade più pianeggianti e terreni ondulati, in tappe caratterizzate da velocità elevate, mentre gli equilibri al vertice della classifica generale sembravano farsi sempre più definiti.
Poi sono arrivati i Vosgi.
La quattordicesima tappa, infatti, proponeva un altro mitico scenario di montagna: il Grand Ballon, il Ballon d’Alsace e, infine, l’arrivo in quota a Le Markstein. Un percorso carico di storia, una di quelle giornate in cui è il paesaggio stesso a raccontare la corsa.
Per Pogačar era un’altra tappa interessante.
E ancora una volta, non ha esitato.
La Maglia Gialla ha tagliato il traguardo da sola, a braccia alzate, aggiungendo un’altra vittoria a un Tour che stava assumendo sempre più i contorni di un capolavoro personale.
Ma il significato di Le Markstein andava oltre il risultato di giornata, o la classifica generale.
Tre anni prima, infatti, sulla stessa salita, Pogačar aveva già festeggiato una vittoria. Quella volta, però, lo sloveno si era dovuto accontentare del successo di tappa, ma il suo rivale Jonas Vingegaard aveva conquistato il Tour.
Questa volta, invece, tutto era diverso.
Le stesse strade. Le stesse montagne. Ma con un sapore diverso.
Questa volta, la Maglia Gialla sembrava destinata ad arrivare fino a Parigi indosso al corridore dell’UAE Team Emirates-XRG.
E Tadej Pogačar stava inseguendo la storia.
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I Vosgi avevano già delineato gli equilibri della classifica finale, ma il Tour aveva ancora molte storie da raccontare.
La tappa successiva - un’altra giornata impegnativa in montagna - ha portato la corsa sul Plateau de Solaison. Un arrivo in salita inedito per il Tour.
Come detto, la Maglia Gialla sembrava ormai al sicuro. Il vantaggio in classifica generale era importante e la lotta per la vittoria finale era entrata in una fase diversa.
Ma il Tour de France non parla soltanto di vittorie. A volte, i momenti più memorabili nascono da ciò che un campione sceglie di mettere al servizio degli altri.
Nel giorno del Plateau de Solaison, Tadej Pogačar ha mostrato un altro volto della sua grandezza.
Con Jonas Vingegaard costretto al ritiro dopo una caduta durante la tappa, gli equilibri della corsa sono cambiati. Il principale rivale non c’era più, ma la sfida del Tour continuava. E per UAE Team Emirates-XRG restava un altro obiettivo importante.
Isaac Del Toro.
Al debutto al Tour de France, il giovane messicano era diventato una delle grandi rivelazioni della corsa. Le sue prestazioni lo avevano portato pienamente in lotta per la Maglia Bianca, riservata al miglior giovane.
Da quel momento, la squadra aveva una nuova missione: conquistarla e difenderla.
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Sulla salita finale verso il Plateau de Solaison, Pogačar ha smesso per un giorno di essere soltanto il leader ed è ha indossato le vesti da gregario. Il corridore che nei giorni precedenti aveva attaccato sulle montagne stava ora dettando il ritmo perfetto per qualcun altro.
Un’immagine rara nel ciclismo moderno.
La Maglia Gialla davanti al gruppo, non per fare la differenza, ma per neutralizzare ogni attacco alle sue spalle.
Del Toro ha seguito il ritmo del compagno. Dietro di loro, soltanto Remco Evenepoel e pochi altri uomini di classifica sono riusciti a rispondere. Sul traguardo, i due corridori di UAE Team Emirates-XRG hanno conquistato il secondo e il terzo posto, con Del Toro capace di guadagnare secondi preziosi nella corsa alla Maglia Bianca.
Il corridore più forte del Tour aveva appena offerto una delle sue prove più generose.
Una delle azioni più memorabili di questo Tour de France non è stata un attacco, ma un sacrificio.
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Dopo l’ultimo giorno di riposo, il Tour è entrato nel suo capitolo finale, il più temuto.
Le Alpi. Da affrontare dopo oltre diciotto tappe a ritmo indiavolato.
Il Tour de France 2026 proponeva qualcosa di straordinario: due tappe consecutive con arrivo sull’Alpe d’Huez.
Poche salite nel ciclismo hanno un peso simbolico forte come quella dell’Alpe d’Huez. I suoi 21 tornanti sono stati teatro di battaglie indimenticabili, da imprese solitarie entrate nella storia a momenti capaci di cambiare il corso della gara.
Quando il gruppo ha raggiunto la salita, i corridori avevano già quasi tre settimane di corsa nelle gambe. Il caldo non aveva mai concesso tregua. Lungo la strada, i tifosi aspettavano da ore.
L’Alpe d’Huez era pronta.
Ai piedi della salita, Pogačar ha sferrato il suo attacco.
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In sella alla Colnago Y1Rs, il campione del mondo ha iniziato la sua rimonta con la sicurezza di chi conosce perfettamente come misurare il proprio sforzo. Uno dopo l’altro, ha ripreso i corridori che aveva davanti, risalendo la salita attraverso due ali di folla create da migliaia di tifosi.
A tre chilometri dal traguardo, la corsa è cambiata ancora.
Un’ultima accelerazione.
L’ultima selezione.
Un altro momento leggendario, su di una salita leggendaria.
Pogačar ha tagliato il traguardo da solo, aggiungendo anche il suo nome tra quello dei vincitori sulla mitica Alpe d’Huez.
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Il giorno successivo, il Tour è tornato sullo stesso arivvo, ma attraverso un percorso completamente diverso.
I corridori hanno affrontato una sequenza alpina durissima: Croix-de-Fer, Télégraphe, Galibier e, infine, la prima ascesa nella storia del Tour all’Alpe d’Huez passando dal Col de Sarenne.
Una tappa estremamente impegnativa.
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La lotta per la Maglia Gialla era ormai decisa. Quella per la Maglia Bianca, invece, era ancora da concludere.
Dalle rampe finali del Galibier in poi, Pogačar si è messo al servizio del compagno. Ha controllato il ritmo, protetto Del Toro e fatto in modo che il giovane messicano potesse difendere la propria posizione in classifica generale - terzo e miglior giovane.
Insieme, hanno tagliato il traguardo.
Una Maglia Gialla e una stella del futuro, la Maglia Bianca, fianco a fianco.
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Restava ancora un’ultima tappa.
Parigi.
La “passerella finale”. Il momento in cui il Tour concede finalmente ai suoi protagonisti di un po’ di respiro.
La classifica generale era ormai definita. La Maglia Gialla era al sicuro. La Maglia Bianca apparteneva a Del Toro. La giuria aveva annunciato la neutralizzazione dei tempi.
Ma Tadej Pogačar non è mai stato un corridore capace di gareggiare soltanto quando c’è qualcosa da guadagnare.
Dopo i primi chilometri dedicati ai festeggiamenti e alle fotografie, l’ultima tappa è tornata a essere una vera corsa, per quei corridori che avevano ancora energie dopo tre settimane estenuanti.
Gli organizzatori avevano disegnato un finale spettacolare, con tre passaggi tra gli Champs-Élysées e la salita di Montmartre. Una tappa pensata non soltanto per celebrare il vincitore, ma per rendere omaggio allo spirito stesso del ciclismo e regalare spettacolo alle migliaia di tifosi accorsi a Parigi.
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E qui, Pogačar ha dato tutto quel che gli restava.
Insieme ad altri grandi protagonisti, tra cui Mathieu van der Poel, ha acceso la corsa e trasformato una giornata celebrativa in un grande show. Sull’ultimo passaggio a Montmartre, la Maglia Gialla e l’ex campione del mondo olandese sono riusciti a staccare il gruppo, andando via insieme.
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Il traguardo era ancora lontano.
Hanno collaborato, dandosi cambi regolari e continuando a spingere fino agli ultimi metri.
Alla fine, Tadej Pogačar non è riuscito a conquistare la tappa. Ma non era quello il punto.
Il Tour era già suo.
I libri di storia erano già pronti ad accoglierlo.
Ha corso così perché ama questo sport, perché ama dar spettacolo. Perché ama far divertire tutti i tifosi.
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Tadej Pogačar ha vinto il suo quinto Tour de France.
Il terzo consecutivo.
Un nuovo traguardo in una carriera che continua a riscrivere i confini del possibile.
Alla sua prima partecipazione alla corsa, Isaac Del Toro ha chiuso al terzo posto nella classifica generale e conquistato la Maglia Bianca di miglior giovane.
Per l’UAE Team Emirates-XRG è stato sì un Tour dominato, ma anche un Tour capace di raccontare quanto la squadra sia unita.
Per Colnago, un altro capitolo di una storia scritta al fianco dei campioni, dalle strade di Francia fino alle vette più alte della storia del ciclismo.
Perché alcune vittorie si misurano in secondi.
Altre nei momenti destinati a restare per sempre.
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